CESARE PAVESE


Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908, nel podere posseduto dal padre, cancelliere presso il tribunale di Torino.

Ancora bambino si trasferisce a Torino con la famiglia, tornando al paese natale soltanto per le vacanze estive. Rimasto orfano di padre all’età di 6 anni, riceve dalla madre un’educazione austera che contribuisce a rafforzare l’attaccamento nostalgico del fanciullo alla sua terra d’origine.

Durante l’adolescenza si rivela un ragazzo timido, con la passione per i libri e per la natura, accresciuta durante gli anni trascorsi al Liceo d’Azeglio, sotto l’insegnamento del professor Augusto Monti, figura di grande prestigio della Torino antifascista e ispiratore di numerosi intellettuali del tempo.

Terminato il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Conseguita la laurea a soli 22 anni, mette a frutto i suoi studi di letteratura inglese, dedicandosi alla traduzione di numerosi scrittori americani (tra i tanti H. Melville). A due anni dalla morte della madre, avvenuta nel 1931, entra a far parte della Casa Editrice Einaudi, insieme ad importanti letterati del tempo, con cui instaura relazioni di reciproca e sincera stima.

Nel 1935, dopo l’arresto di Ginzburg viene condannato a 3 anni di confino a Brancaleone Calabro con l’accusa di sospetto antifascismo. Durante questo periodo, ridotto a un anno per concessione della grazia, inizia a scrivere il diario “Il mestiere di vivere”, pubblicato postumo nel 1952. Nel 1936 pubblica la sua prima raccolta di versi “Lavorare stanca”, quasi ignorata dalla critica.

Tornato a Torino riprende la sua attività di traduttore di autori inglesi e americani e la sua collaborazione con la Einaudi per la quale scrive, racconti, saggi e romanzi brevi. Chiamato alle armi con l’inizio della guerra, viene subito congedato perché sofferente d’asma.
Si trasferisce quindi nel Monferrato, ospite della sorella Maria. Il periodo trascorso a casa della sorella ispira all’autore il romanzo breve “La casa in collina” e accentua il suo senso di isolamento.

E’ però l’attaccamento nostalgico al paese d’origine, ai suoi rigogliosi paesaggi collinari, alle tradizioni contadine e ai saggi consigli degli abitanti di Santo Stefano Belbo a far da sfondo a molte delle sue opere più note.
Nel dopoguerra scrive alcune tra le sue opere più famose (“La bella estate”, “Il diavolo sulle colline”, “La luna e i falò”) in cui, pur rimanendo centrale il tema della campagna come mito innocente e selvaggio legato al mondo dell’infanzia.

Pavese supera il tono idilliaco delle prime opere e si arricchisce delle problematiche sociali e psicologiche connesse alla solitudine e all’incomunicabilità metropolitana.
Il Premio Strega ottenuto per “La Bella Estate” sancisce il riconoscimento ufficiale della critica ma non attutisce il senso di vuoto e di solitudine che pervade come un filo rosso gran parte della sua esistenza.

Cesare Pavese muore il 27 Agosto 1950, in una camera dell’Albergo Roma di Torino, dopo aver ingoiato una forte dose di barbiturici. Il suo addio è scritto a penna sulla prima pagina di una copia de "I dialoghi con Leucò", lasciata sul comodino: <<Perdono tutti e a tutti chiedo perdono...>>

Fra le sue opere:
Lavorare stanca
Il carcere
Paesi tuoi
La spiaggia
Il compagno
La casa in collina
La bella estate
Il diavolo sulle colline
Tra donne sole
La luna e i falò
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (Postumo)
Il mestiere di vivere (Postumo)